Storia

Ortona è situata su un promontorio al centro della costa abruzzese a 72 metri sul livello del mare, con un’estensione di oltre 70 kmq. ed una popolazione di  circa 24.000 abitanti.
La seconda guerra mondiale segnò profondamente Ortona.
Da Ortona passa la linea Gustav, che ha l’altro capo a Cassino: una linea di difesa fortificata apprestata dalle forze germaniche nel punto più stretto della penisola. La maggior parte della popolazione ortonese è costretta a scappare dalle proprie case. A nord, l’esercito tedesco e a sud, quello degli alleati, bombardano ininterrottamente Ortona per circa 6 mesi.
La città praticamente rasa al suolo, venne definita da Winston Churchill come "Piccola Stalingrado" per via del fatto che, similmente alla città russa, la battaglia si prolungò lungamente nel corpo della città .
Restano in piedi pochissimi edifici. La città fu liberata soltanto nel dicembre del 1943, quando le forze alleate oltrepassarono la linea Gustav sul versante tirrenico, e fu insignita della medaglia d’oro al valor civile.

Da Andrea De Marco un'eccezionale testimonianza sulle opere di demolizione operate dalla Wehrmacht nella cittadina abruzzese:

6 Ottobre 1943.
E' una data carica di significati per il nostro territorio in quanto coincide con il culmine della reazione spontanea di alcuni patrioti lancianesi contro l'oppressore nazista ma anche il preludio di quella sistematica opera di distruzione delle infrastrutture del Porto di Ortona,  che andrà a completarsi sei giorni più tardi. Le prime avvisaglie di un terribile momento di sofferenza per la città di Ortona che verrà sconquassata interamente nel suo patrimonio urbano ed edilizio, avvolta nel turbine della forza devastatrice di due schieramenti che si fronteggiano sul territorio.
E' storicamente acclarato che la distruzione del Porto di Ortona, una struttura di grande
importanza su tutta la fascia costiera abruzzese, è dettata da esigenze belliche poiché l'esercito tedesco in ritirata deve fare terra bruciata alle preponderanti forze dell'VIII Armata Britannica.
Dagli Archivi Militari Tedeschi emergono due importanti documenti che testimoniano  sulla teutonica meticolosità in cui è stata approntata tale attività demolitrice ed i nominativi degli ufficiali responsabili, a livello operativo, di tale compito. Il primo documento che riporta la dicitura "Affare Segreto" è datato 7 ottobre 1943 ed è un "Rapporto sulla ricognizione dei porti da distruggere sulla costa orientale (Adriatico)": il Panzer Armee OberKommando della X Armata aveva dato disposizioni affinché si procedesse a stabilire quali parti ed in quali punti bisognava
procedere alla distruzione dei porti ed il quantitativo di munizioni necessario; tale compito viene affidato al Tenente Gerhard Peters, un ufficiale geniere decorato con la croce di cavaliere, appartenente alla 3ª compagnia del 16° Battaglione Panzer  della 16ª Panzerdivision, il quale già la sera del 5 ottobre, alle ore 18,30, parte dal comando della divisione con un'autovettura ed una motocicletta e si ferma in Vasto, avendo l'intenzione di iniziare la ricognizione il giorno successivo. La mattina del 6 ottobre davanti a Vasto arrivano due cacciatorpediniere inglesi che mitragliano sopra e sotto ininterrottamente sia la città che l'impianto ferroviario, ma ciò non impedisce all'ufficiale di attendere al suo compito.
Durante tale attività di sopralluogo, dopo avere escluso il ricorso alle mine per il Porto di Vasto, che non era un vero e proprio porto, ma una distesa di sabbia, più adatta ad uno sbarco con condizioni atmosferiche favorevoli, descrive il Porto di San Vito, costituito da un molo di pietra di  300 metri lungo e largo 6 metri, sul quale possono attraccare solo dei piccoli mezzi da sbarco, con una profondità della acque di 3-4 metri; veniva prevista la eliminazione della testa di molo con distruzione tramite esplosivo di kg. 300 da sistemare in quattro punti, con fabbisogno generale di esplosivo per circa 2 tonnellate. Inoltre l'accesso alla strada doveva essere bloccato facendo saltare in quattro parti il ponte sul Feltrino ed il sottopassaggio ferroviario.
"Ad Ortona - si legge nel rapporto - si trova un bacino portuale di grande estensione e circondato da due moli. L'accesso al porto tra le due teste di molo è di circa 1000 metri”. La distruzione del porto  doveva interessare entrambi i due moli: così “il molo sulla destra, guardando da terra,  lungo circa metri 300 e largo metri 6, deve essere distrutto con un esplosione di kg. 500 di esplosivo da sistemare alla testa del molo e nel suo ulteriore percorso sei cariche da kg. 300 di esplosivo. Anche le bitte e gli anelli di attracco vanno distrutti. Fabbisogno per la distruzione di tale molo di tonnellate 2,5 di esplosivo Pionier.
Il molo sinistro, lungo  metri 1.900, robusto e munito di un altro muro di pietra nel mezzo largo metri 8 e di un frangiflutto largo metri 2,5  fatto di blocchi pietra. Nel terzo inferiore del molo si trova un oleodotto per il petrolio lungo circa metri 100 che parte da destra. Alla testa del molo per il petrolio si trova un pozzo a valvola con attacco per il carico delle navi. Le condotte si estendono attraverso il molo fino al locale delle pompe ai piedi del molo, lì le condotte si dividono per arrivare ad una cisterna sotterranea fuori Ortona (deposito AGIP di Contrada Peticcio di Ortona ancora esistente) ed alla stazione di carico EKW"
Alla data del 6 ottobre 1943 il Maggiore Reinecke, Comandante tedesco del Porto di Ortona, aveva già provveduto alla distruzione della testa del molo per il petrolio ed il pozzo a valvola, con interruzione della condotta del molo verticale per mezzo di una sola esplosione. Lo stesso ufficiale tedesco aveva provveduto ad affondare tutte le navi rimaste nel porto, fatte esplodere o incendiate alle banchine o alle boe di attracco: l'adozione di tale misura era stata resa necessaria dal fatto che un completo blocco dell'accesso con le navi esistenti nel punto più largo del porto non era possibile.
"Per la distruzione dei moli sono necessari – scrive l'ufficiale incaricato per la ricognizione – 50 punti di esplosione con  kg. 300 di esplosivo Pioner ciascuno. Inoltre la distruzione richiede in cinque punti d'interruzione già esistenti, altre esplosioni con kg. 300 di esplosivo l'uno. Fabbisogno di munizioni 16,5 tonnellate. Per pre-esplosioni e squarci dei frangiflutti almeno in un punto sono necessarie altre 2,5 tonnellate di esplosivo Pionier. Eventuali rimanenti ganci di attracco e bitte devono essere distrutti con una tonnellata di esplosivo.
Per bloccare le strade di accesso al porto in modo durevole sono necessarie quattro esplosioni di ponte, due esplosioni di gallerie ed un'esplosione di strada. Fabbisogno di munizioni tonnellate 2,5".
Oltre alla distruzione dei moli l'ufficiale tedesco aveva previsto la distruzione di alcune installazioni militari, un locale delle pompe, la stazione di carico per l'EKW, un faro, un impianto gru, un cantiere, un arsenale ed un deposito del legno ed inoltre l'impianto di cisterna che si trovava fuori di Ortona, prevedendo un ulteriore fabbisogno di munizioni di tonnellate 3,5 di esplosivo Pionier. In complessivo il fabbisogno di esplosivo richiesto per Ortona era di 28,1 tonnellate. Tale lavoro avrebbe richiesto molto tempo per essere messo in pratica e venne prevista l'esecuzione della collocazione di mine solo nelle ore notturne, per evitare il pericolo di incursioni aeree soprattutto nelle giornate di tempo bello.
Infatti il secondo documento, datato 14 ottobre 1943, e firmato dall'ufficiale Ia del Generalkommando LXXVI Panzerkorp, è il rapporto provvisorio aggiornato alla sera del 13 ottobre 1943 sulla distruzione dei porti adriatici; riguardo al Porto di Ortona si legge:

"Nell'area del porto furono fatti saltare il piccolo molo, tutte le condotte del petrolio delle pompe, 4 grandi navi, grande molo del porto fino ad 800 metri.
Circa 200 piccole e grandi navi fino a 200 BRT furono affondate nell'entrata del porto. Si calcola di terminare i lavori in circa 6 giorni".
C'è una fotografia negli archivi canadesi scattata da un ricognitore alleato in missione sul territorio di Ortona che documenta dall'alto l'opera devastatrice attuata dai tedeschi nell'area portuale: è datata 30 novembre 1943 e siamo alla vigilia dell'attacco sul fiume Moro.
Lo sforzo da parte di Montgomery era di concentrare ogni impegno bellico per la conquista della città di Ortona per avere anche il controllo delle strutture di portuali, quale punto di concentrazione e di raccolta delle navi per il trasporto truppe e per il materiale bellico: se tali strutture risultarono inservibili perchè alla vigilia dell'attacco esso non venne rinviato e non furono rivisti i piani per raggiungere Pescara  e conquistare Roma?
A distanza di sessantasette anni dalla battaglia di Ortona ancora molte verità vanno rivelate e molti altri documenti vanno recuperati: questo è il modo migliore per renderci conto dell’inutilità dell’immane sacrificio di militari e di civili che esso ha comportato e della distruzione del territorio.
Il Tenente Gerhard Peters, ufficiale geniere appartenente alla 3ª compagnia del 16° Battaglione Panzer, 16ª Panzerdivision. Fu lui a stabilire quali parti ed in quali punti bisognava procedere alla distruzione del porto, oltre al quantitativo di esplosivo necessario
 
Il rapporto tedesco sulla ricognizione dei porti da distruggere sulla costa orientale (Adriatico).
Il secondo documento, datato 14 ottobre 1943, e firmato dall'ufficiale Ia del Generalkommando LXXVI Panzerkorp. Esso è aggiornato alla sera del 13 ottobre 1943 e riguardo al Porto di Ortona si legge: "Nell'area del porto furono fatti saltare il piccolo molo, tutte le condotte del petrolio delle pompe, 4 grandi navi, grande molo del porto fino ad 800 metri. Circa 200 piccole e grandi navi furono affondate nell'entrata del porto. Si calcola di terminare i lavori in circa 6 giorni".
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